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[Dida-kit] Recensione “Elogio dell’educazione lenta”

[Dida-kit] Recensione “Elogio dell’educazione lenta” 13 Dicembre 2018

Joan Domènech Francesch
Elogio dell’educazione lenta
Editrice La Scuola, Brescia, 2011, pp. 180

Recensione di Livia Petti

Troppe cose da fare e sempre troppo poco tempo a disposizione per farle. Un tempo che pare non essere mai sufficiente. Nella società attuale sembra proprio questo lo slogan che connota la nostra vita. Una velocità che spesso toglie il senso alle cose, non facendoci capire ciò che è davvero rilevante e che per sua ragione necessita di tempo.

La scuola non è immune da questo vortice: si susseguono riforme che definiscono quante ore sia necessario stare a scuola, quante ore riservare ad ogni singola materia, quali obiettivi raggiungere, quali indicatori per la valutazione utilizzare, quali programmi attuare. La sproporzione tra ciò che viene chiesto di realizzare e il tempo a disposizione per farlo è macroscopica: gli insegnanti si barcamenano, spesso con grande ansia, cercando di “portare avanti” il programma con attenzione particolare alla quantità degli argomenti da svolgere e alla “raccolta” dei risultati da comunicare alle famiglie.

Gli studenti perdono creatività, si stressano e disaffezionano alla scuola portando a casa risultati anche positivi nel breve termine, ma del tutto modesti e spesso nulli sul lungo termine; questo a causa di uno studio mnemonico, superficiale e poco efficace. Non solo: il modello basato sulla velocità marca le disuguaglianze, in quanto fondato su ritmi sostenibili, forse, solo ad una parte degli alunni e degli stessi docenti. Già Don Milani, nel celebre testo Lettera ad una professoressa, cercava di recuperare gli “sconfitti” coloro che, magari per la loro storia o per la propria natura, non riuscivano a stare alle regole e ai tempi del sistema scolastico dell’epoca e che per questo venivano espulsi. La scuola attuale predica l’inclusione, ma spesso torna a quei tempi che sembrano superati: basata sul modello della competizione, in linea con il mercato del lavoro, spesso a causa delle pressioni sociali non può e non vuole permettersi il lusso di portarsi dietro il peso di coloro che rimangono indietro; gli stessi genitori incalzano gli insegnanti per andare avanti con il programma, per non rallentare, per colpa di qualcuno, il lavoro della classe.

Ma a cosa serve davvero la scuola? Francesch ricorda che

l’istruzione di base obbligatoria, in quanto diritto universale, deve arrivare a tutta la popolazione senza discriminazioni (p.14).

La scuola che corre in realtà è una scuola che non educa e in cui non si apprende, poiché educazione e apprendimento sono processi naturalmente lenti che si realizzano in profondità. Dalle parole dello stesso autore:

L’educazione è un viaggio lento con molte fermate nel quale, attraverso una moltitudine di situazioni, le persone compiono un processo che le aiuta a crescere sul piano emotivo e intellettuale (p.88).

Un processo educativo che rispetti il Kairòs,

il momento presente determinato da una qualità

e non sia schiavo del Chronos, il tempo che corre e che divora l’umanità intera.

Di contro il modello attualmente presente a scuola (classe/programma/orario/verifica dei risultati) si basa sul presupposto che chi ha la stessa età anagrafica abbia bisogno dello stesso arco di tempo per apprendere in modo accettabile le stesse cose. Ma per apprendere in modo significativo appropriandosi di un concetto, sapendolo applicare nel momento opportuno alla realtà di tutti i giorni per far fronte alla complessità, è necessario disporre di tempo. L’idea scolastica attuale dell’enciclopedia del sapere non funziona: cercare di sapere di tutto un po’ equivale a non sapere nulla. Non si può insegnare tutto ed è evidente che sia necessario decidere quali siano le priorità, bisogna avere il coraggio di attuare delle scelte che si muovano sul versante della qualità più che su quello della quantità dei contenuti. Anche perché la dilatazione del tempo scolastico ha riempito i curricoli di contenuti con la pretesa di insegnare più cose, ciò si traduce in realtà nella presenza di lunghi tempi morti sul piano educativo tanto che l’autore in modo provocatorio sostiene che la domanda più corretta da rivolgere ai ragazzi al termine della giornata scolastica dovrebbe essere:

Quanto tempo hai perso oggi a scuola?

La proposta dell’educazione lenta di Domènech Francesch è proprio quella di una decelerazione in campo educativo che vada a rispettare i naturali e diversi ritmi dell’apprendimento di ciascuno: educare alla lentezza significa adattare la velocità al momento educativo e alla persona e attuare delle scelte forti di insegnamento.

L’autore conclude il suo libro con un decalogo di 50 proposte per decelerare il tempo, sia a scuola che fuori dalla scuola. Proposte che comprendono ad esempio la riorganizzazione dell’orario scolastico, il dedicare un monte-ore significativo alla programmazione didattica, il far ragionare gli alunni per competenze e non per accumulo di nozioni, una diversa valutazione che rispetti la diversità di ogni studente e che tenga conto del cammino compiuto da ciascuno, selezionare gli aspetti del curricolo rilevanti e tralasciare quelli meno rilevanti, non penalizzare l’errore, non anticipare gli apprendimenti e così via. Nonostante siano proposte facilmente realizzabili, spesso la scuola, con la sua rigidità burocratica, fatica a metterle in pratica sperimentando davvero qualcosa di diverso. La scommessa è proprio quella di andare in questa direzione, di prendersi tempo, apportando benefici all’intera comunità educativa: per far in modo che ciò che si propone ai ragazzi acquisti davvero un’autentica significatività, ma anche per migliorare le condizioni di lavoro dei docenti e rafforzarne il ruolo.


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