La comunicazione a silos. Il conformismo nel digitale

di Iole Galbusera

La comunicazione a silos. Il conformismo nel digitale

La comunicazione a silos. Il conformismo nel digitale


di Sara Lo Jacono ed Eleonora Mazzotti

Il periodo di lockdown ha di fatto modificato il nostro rapporto con i media: non ci siamo dedicati solo al lavoro “Smart”, ma abbiamo anche organizzato aperitivi con gli amici, sessioni di allenamento, incontrato le persone del mondo associativo a cui apparteniamo, seguito le celebrazioni… Insomma, abbiamo inventato un modo nuovo di stare nei social. Certo, non abbiamo perso le buone abitudini: tra uno Zoom e l’altro, abbiamo spesso condiviso la nostra opinione: autocertificazioni, DPCM, didattica a distanza, #andràtuttobene ecc., sono stati sicuramente alcuni dei temi più caldi degli ultimi mesi. Anche se più o meno consapevolmente, quando ci esponiamo lo facciamo in virtù della natura demediata che la comunicazione ha assunto con i social network: il nostro pensiero, per essere condiviso, non ha avuto bisogno di essere sottoposto al controllo di una radio, una testata giornalistica o una televisione per raggiungere i nostri contatti. Chiunque di noi abbia accesso a un device e alla Rete può scrivere, pubblicare e creare contenuti. Questo meccanismo dà vita a una comunicazione orizzontale. Verrebbe quindi da pensare che nel Web la libertà di espressione e pluralismo siano totali. Ma è davvero così?

La prima questione da porsi per rispondere a questa domanda è legata alla monetizzazione di tutto ciò che avviene online. Nessuno di noi paga per beneficiare di molte delle piattaforme e dei servizi più utilizzati, si pensi solo a Facebook, Instragram o a tutti i servizi associati a Google, dal motore di ricerca a Google Maps. Se consideriamo che l’80% del traffico dati generato nel Web è attribuibile a quattro grandi players mondiali (Facebook, Google, Amazon e eBay), risulta evidente che, in mancanza della corresponsione di una quota per l’erogazione dei servizi che ben conosciamo, il prodotto siamo noi, o meglio ancora, i dati che più o meno consapevolmente lasciamo in giro quando navighiamo.

La seconda questione che necessariamente emerge è legata alla tendenza umana a conformarsi ai propri pari. Se il mio stare nei social è frutto del mio essere sociale, cosa sono portato a dire in un gruppo di cui faccio parte: quello che penso o quello che ritengo possa essere condiviso e approvato dagli altri? Sentirsi parte di un gruppo, parteciparvi e riceverne riconoscenza può indurci a dire quello che si percepisce come accettabile per quel gruppo, più che quello che si pensa realmente. Un fatto che non crea certo pensiero pluralistico e una discussione reale. E ancora, pensando a un livello macro: chi sarà la cerchia di persone con cui mi relazionerò nel Web? Quali pagine frequenterò? E quali quelle che mi saranno suggerite dagli algoritmi dei social? La tendenza a conformarsi al pensiero degli altri, a frequentare solo persone che mi sono simili porta con sé l’eliminazione del dissenso, del “dislike” e, in gran parte, della discussione animata.

Alla luce di ciò che abbiamo detto, possiamo vedere che la comunicazione sul social è organizzata secondo una struttura a silos (Rivoltella, 2015), caratterizzata cioè da cerchie chiuse e omogenee per appartenenza e interesse. Ma cosa comporta tutto ciò? Proviamo a spiegarlo con un esempio. All’interno del nostro profilo social, pubblichiamo e condividiamo contenuti vicini ai nostri interessi, muovendo così le persone ad interagire con il contenuto lasciando un like, un cuore o un commento. Più aumentano le interazioni positive, più aumenta la nostra percezione di essere popolari e di conseguenza la nostra autostima. Le interazioni positive, però, dipendono dal fatto che tra i nostri contatti ci sono persone che ci somigliano, che la pensano come noi; d’altronde, il dissenso manifesto solitamente ci porta ad eliminare i commenti, se non addirittura a bloccare chi li pubblica. In questo modo, ci circondiamo di persone che saranno portate, più o meno naturalmente, a dirci che ciò che scriviamo è molto intelligente, che le nostre battute sono davvero simpatiche, che le nostre foto sono degne di un’esposizione, che nei selfie veniamo incredibilmente bene. Ciò succede sia perché finiamo per avere tra gli amici solo persone a noi affini, sia perché stando online si finisce per fare proprio un interesse, un modo di esprimersi o di interagire che è “popolare”; se vogliamo che gli altri ci notino, dobbiamo conformarci. Poco importa se ciò che pubblichiamo non corrisponde totalmente a ciò che pensiamo.

Questo atteggiamento ha come figlia naturale l’erronea convinzione che tutti la pensino come noi: se i miei amici social sono simili a me, se ciò che pubblico è in linea con ciò che gli altri pensano, finiremo per parlare tutti delle stesse cose, esponendo le stesse argomentazioni e trovandoci tutti d’accordo tra noi. Ne deriva una visione distorta della realtà: se tutti, online, la pensano come me, allora il mio pensiero è sicuramente quello più corretto. Se tutti i miei contatti ritengono che le scuole dovrebbero riaprire, che le mascherine non servono e che il virus è un’invenzione, allora è giusto che le scuole riaprano, che le mascherine siano cestinate e che la si smetta di camminare a un metro di distanza gli uni dagli altri. Chi la pensa diversamente, sicuramente non ha capito, non sa, non si è informato. Questo discorso, se esteso all’ambito valoriale, religioso, politico, ci restituisce una realtà in cui tutti fanno parte di una maggioranza, in cui tutti sono certi di avere ragione perché “tutti sono d’accordo con me”, dove però quel “tutti” è molto, molto relativo. E lo abbiamo visto tutti.

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