La digitalizzazione dell’infanzia tra tutela dei diritti, datizzazione e robotica educativa

di Sara Lo Jacono

La digitalizzazione dell’infanzia tra tutela dei diritti, datizzazione e robotica educativa

La digitalizzazione dell’infanzia tra tutela dei diritti, datizzazione e robotica educativa


di Alice De Simone – Laureanda in Media Education

In occasione dell’inaugurazione del nuovo anno accademico 2022/2023, venerdì 30 settembre presso l’aula Bontadini dell’Università Cattolica del Sacro Cuore di Milano, si è tenuto il seminario introduttivo del corso di laurea di Media Education, dal titolo “La digitalizzazione dell’infanzia”.

La scelta del tema è stata motivata dal sempre più precoce accesso ai device e agli ambienti digitali da parte di bambini e bambine in età prescolare. Il fenomeno, inoltre, è al centro sia di diversi progetti di ricerca avviati presso il nostro Ateneo, sia dell’attenzione di famiglie, educatori ed istituzioni pubbliche. Infatti, i bambini fin dai primi mesi di vita incontrano nella propria quotidianità la tecnologia attraverso molteplici device o media. La domanda di fondo dalla quale hanno preso avvio gli interventi dei relatori invitati per l’occasione ha riguardato principalmente le attuali condizioni dell’infanzia nel nostro Paese a fronte dei processi di digitalizzazione, che investono sempre più profondamente la vita familiare, sociale e culturale. Questo interroga gli educatori, gli insegnanti, gli studiosi di media e spesso solleva qualche forma di resistenza e preoccupazione da parte dei genitori e degli adulti.

La datizzazione dell’infanzia, come ricorda il professor Aroldi, coordinatore del corso di laurea, ha due ragioni di interesse: la prima riguarda le politiche da mettere in campo per quanto riguarda la progressiva precocizzazione dei processi di digitalizzazione dei bambini; la seconda è più legata ad aspetti di ricerca accademica, scientifica ed educativa. Infatti, essendo una situazione in continua evoluzione, è necessario comprendere a pieno il tema per poter acquisire consapevolezza.

Le politiche a tutela dei diritti dell’infanzia nei contesti digitali

Il primo intervento è stato affidato a Silvio Premoli, docente presso la nostra Università, pedagogista e Garante per i Diritti dell’Infanzia e dell’Adolescenza della Città di Milano.

Dopo aver spiegato in cosa consiste il suo ruolo professionale, ha posto l’attenzione sulla Convenzione ONU sui Diritti dell’Infanzia, esponendo alcune questioni riguardanti i media. Infatti, spesso il digitale viene visto dagli adulti solo in termini di pericolo, di preoccupazione e quindi ne deriva un senso di protezione verso i più piccoli. Se è vero che i rischi connessi a Internet sono molti (cyberbullismo, fake news, distorsioni dell’immagine di sé, fino ad isolamento e ritiro sociale) è anche vero che questo atteggiamento ci porta a vedere i bambini sempre e solo come vittime. Occorre invece considerare che, nonostante la loro vulnerabilità, i bambini sono anche portatori di diritti, di pensieri, di interessi. Il rischio che va evidenziato a questo punto è quello di pensare ai media solo in termini protettivi, e non in quanto opportunità o risorsa.

Durante l’intervento del prof. Premoli si è fatto riferimento anche all’importanza del territorio in cui il minore è inserito, evidenziando che spesso la mancanza di competenze digitali è data da contesti di povertà economica e culturale. Bisognerebbe incrementare la partecipazione, le pari opportunità di accesso e una maggiore responsabilità da parte delle istituzioni, nello sviluppo di condizioni di vita e capacità migliori. Infatti, alcune ricerche sul tema (tra cui quella sulla Povertà Educativa seguita da Cremit) hanno messo in evidenza che spesso la mancanza di competenze è legata a contesti di deprivazione. Proprio per questa ragione è necessario intervenire, disegnando politiche di largo respiro.

Bisogna quindi pensare al bambino in un modo nuovo. Come sottolineato da Premoli, infatti, il bambino non è un “allegato del genitore”: una frase scherzosa, certo, ma che racchiude una verità su cui dobbiamo tutti riflettere.

I diritti, per tutti i minori, devono essere esigibili. Dobbiamo imporci di trasformare il nostro agire in quanto professionisti dell’educazione: la competenza tecnica non è più sufficiente, dobbiamo ampliare il nostro sguardo a 360°, includendo nel nostro campo visivo anche i più piccoli, che vanno considerati al pari degli adulti. Essi infatti, qualunque età abbiano, costruiscono la loro cultura, anche attraverso gli strumenti digitali.

Premoli ci lascia con un quesito interessante, sul quale gli educatori e pedagogisti sono chiamati a riflettere: come è possibile pensare di promuovere i diritti dell’ascolto e della partecipazione nell’ambito digitale?

La datizzazione dell’infanzia. Pratiche mediali e datification nella vita quotidiana dei bambini

Il secondo intervento è stato affidato a Giovanna Mascheroni, docente presso la facoltà di Scienze Politiche e Sociali della nostra Università, e si è concentrato sulle pratiche mediali e quindi sulla datification nella vita quotidiana, riportando i risultati di una ricerca realizzata grazie a Fondazione Cariplo.

Da qualche anno l’ambito domestico è diventato una fonte importante per la generazione di dati sui bambini e l’arrivo della pandemia da Covid-19 nel 2020 ha costituito un punto di accelerazione, poiché ha visto l’intensificazione dell’uso della tecnologia e un aumento della dipendenza da essa per lo svolgimento di attività quotidiane.

Anche se spesso non ci si pensa, i bambini sono una risorsa importante dal punto di vista economico, perché generano dati esattamente come gli adulti (se non addirittura in numero maggiore). A raccogliere dati sui più piccoli sono soprattutto (ma non esclusivamente) gli smartspeaker: ormai quasi tutti possediamo almeno uno di questi dispositivi di intelligenza artificiale e i bambini spesso ne fanno uso anche in autonomia, proprio per “sorpassare” l’adulto quando vogliono ascoltare musica, cercare informazioni, usare il calendario (che giorno è oggi?), ascoltare notizie, barzellette, storie, ecc.

Una questione molto interessante riguarda l’atteggiamento dei genitori: molti tra loro sono più preoccupati dei rischi che hanno conseguenze immediate, piuttosto che di ciò che può avere conseguenze più a lungo termine. In essi, infatti, genera ansia, ad esempio, la possibilità che i bambini accedano a contenuti ritenuti inappropriati, violenti, non adatti all’età oppure l’esposizione eccessiva ai device; generano invece meno preoccupazione tutti i risvolti legati al rispetto della privacy. In questo caso, dice Mascheroni, si può parlare di “surveillance realism”, ovvero della rassegnazione che proviamo nell’essere sorvegliati dalla tecnologia e della conseguente apparente tranquillità data dall’auto-assoluzione: “Non è un problema essere ascoltati dagli assistenti intelligenti, perchè non abbiamo nulla da nascondere”.

Questo problema viene percepito solo come legato appunto al tema della privacy, quando in realtà entra in gioco un fenomeno molto più complesso: la datification. In passato, abbiamo creduto che i dati ci potessero offrire una rappresentazione più autentica della realtà e di conseguenza abbiamo interiorizzato una “cultura della sorveglianza”, motivo per cui abbiamo affidato ai dati e alla tecnologia la soluzione di molti problemi sociali. Il digitale, però, ha inevitabilmente dei limiti: dagli errori nel riconoscimento del volto alla fatica che spesso i nostri smartspeaker fanno nel comprendere la domanda fatta, riproponendo sempre la stessa risposta. Questi strumenti, infatti, tendono a rispondere secondo ciò che si aspettano ci interessi, restituendo risposte efficaci, ma non accurate.

La prof.ssa Mascheroni, ha poi posto l’accento su una condizione di ambivalenza che ci pone davanti la tecnologia: grazie ad essa abbiamo forme di empowerment e forme di disempowerment: “soltanto ciò che può essere rappresentato dai dati esiste, il resto è invisibile. Il rischio è quello di essere influenzati nelle nostre scelte future dai nostri algoritmi”. In questo senso, l’Unione Europea ha dato un forte impulso a politiche più stringenti in materia di protezione dei dati personali: con lo European Digital Service Act, ad esempio, viene impedito l’uso dei dati raccolti sugli adulti e sui minori dalle aziende high tech.

Interazioni precoci tra bambini e robot: una riflessione psicologica tra sociomateralità e robotica educativa

Il terzo e ultimo intervento è stato affidato a Davide Massaro, psicologo dello sviluppo e co-coordinatore del corso di laurea in Media Education.

I cosiddetti “robot sociali” sono il focus della comunicazione: essi possono essere declinati almeno in due dimensioni in questo momento storico: una dimensione incarnata (un vero e proprio agente artificiale con una sua fisicità e corporeità) e una dimensione disincarnata (sono gli agenti virtuali, senza corpo, come ad esempio i bot, Siri, Alexa e simili).

Rispetto al tema oggetto dell’intervento, una lettura molto interessante è quella di “Né intelligente né artificiale. Il lato oscuro dell’IA”, dove l’autrice, Kate Crowford, spiega chiaramente che c’è un costo umano nascosto che tutti noi paghiamo per mantenere attiva questa grande macchina di intelligenza artificiale, ormai molto diffusa. Per fare un esempio, l’Amazon Mechanical Turk è un servizio internet che permette ai programmatori informatici di coordinare l’uso di intelligenze umane per eseguire compiti che i computer, ad oggi, non sono in grado di svolgere. Questa funzione è parte di una manodopera nascosta e sottopagata che viene tutti i giorni impiegata per mantenere in vita appunto le IA.

Ma i robot sono davvero così tanto presenti nelle nostre vite? La risposta è sì. Le possibilità di utilizzo del termine robot sono davvero tantissime e spesso essi si nascondono dove non ci immaginiamo e provano quotidianamente ad interagire con noi.

I robot sociali sono stati impiegati con finalità educative, entrando in contesti formali di apprendimento. In queste circostanze essi ci possono aiutare a perseguire degli obiettivi educativi. Chiedersi se queste tecnologie servono o portano effettivamente arricchimenti al processo di apprendimento è del tutto lecito. A questo proposito si può dire che gli studi sono in continua evoluzione, grazie anche al fatto che l’Europa ritiene utile e opportuno investire in queste tematiche.

Sull’effettiva efficacia dell’uso dei robot in educazione, si stanno ad oggi interessando gli psicologi; in particolare, è corso un progetto che prevede l’inserimento all’interno di un asilo nido di alcuni robot, i quali devono interagire con i bambini dai 18 ai 36 mesi per permettere ai ricercatori di indagare i meccanismi psicologici che vengono attivati.

In fase di progettazione si sono poste alcune questioni riguardanti innanzitutto il ruolo dell’adulto: i bambini giocano finché spronati dall’idea di “novità”, una volta superata questa, è possibile che si annoino e lascino da parte lo strumento; per questo, se si vogliono utilizzare i robot in pattern di interazione a medio e lungo termine, è necessaria la presenza di un adulto per il controllo e la guida dell’interazione stessa. Infatti, oltre a guidare il bambino durante l’utilizzo dei dispositivi tecnologici, l’adulto deve fare in modo che i suoi diritti siano esigibili. Tra questi c’è il diritto all’anonimato, che spesso viene negato. Sono sempre di più i bambini sovraesposti sui social network, loro malgrado.

La riflessione posta in essere dai tre relatori ha senza dubbio coinvolto sia aspetti emergenti del fenomeno, documentati dalle ricerche più recenti sul tema, sia questioni di ordine istituzionale e di policy, connesse ai diritti dei bambini e delle bambine negli ambienti digitali (ad esempio, il recente Commento Generale N. 25 sui diritti dei minorenni in relazione all’ambiente digitale adottato dal Comitato delle Nazioni Unite sui Diritti dell’Infanzia nel 2021 e la nuova BIK Strategy promossa nel 2022 dall’Unione Europea).

Questo seminario, in ultimo, è stato utile per riflettere su un tema non più rimandabile e ci ha lasciati con la consapevolezza che oggi è necessario fare maggiore attenzione ai diritti dei bambini in un mondo sempre più permeato dal digitale, dove la netta distinzione tra offline e online è stata sostituita dalla più ibrida e fluida condizione dell’onlife.


Dicono di noi: Bambini e tecnologie digitali, la sfida continua, da Secondo Tempo, Cattolica News

Altri contributi di studenti e laureati del Corso di Laurea Magistrale in Media Education sono raccolti in un padlet.

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