di Elena Valdameri
Il 14 ottobre si è tenuto l’evento di restituzione alla comunità delle campagne grafiche sulla violenza di genere realizzate dai ragazzi e dalle ragazze delle scuole superiori della città di Verbania.
L’evento si colloca in chiusura del progetto Lungo i Bordi finanziato dal bando regionale Piemonte per i Giovani che ha visto protagonisti un gruppo di studenti e studentesse degli istituti superiori di Verbania (IIS Cobianchi, IIS Ferrini-Franzosini e Liceo Cavalieri) che – guidati dalle esperte di Associazione Contorno Viola e Associazione Che Fare, del Centro Antiviolenza VCO e da due grafiche professioniste dell’Associazione 21Marzo, hanno analizzato dinamiche relazionali, linguaggi, stereotipi e segnali di violenza, con l’obiettivo di trasformare le riflessioni in campagne di comunicazione da diffondere sul territorio e online.
La mattinata in plenaria è stata pensata per dare valore a quanto prodotto e condividerlo con altri giovani delle scuole superiori in una logica peer: un momento dedicato al racconto delle campagne da parte dagli autori stessi, loro coetanei, che le hanno realizzate. Per supportare e facilitare la restituzione – che non si è limitata a mostrare gli output realizzati ma ha cercato di mettere in luce le riflessioni e le tematiche che hanno sostenuto il processo ideativo e orientato le scelte – sono stati coinvolti Michele Marangi e Elena Valdameri.
Nel corso della mattinata, inoltre, sono stati realizzati dei brevi workshop che hanno permesso ai giovani ospiti di sperimentare come il linguaggio espressivo possa essere promotore di cambiamento, come anche il digitale possa essere al contempo uno strumento – per produrre – e un ambiente dentro cui promuovere educazione alle relazioni e alla non violenza.
Le campagna sono online: sui canali istituzionali del comune di Verbania – https://www.facebook.com/comune.verbania – e su Instagram. Ne condividiamo alcune, molto potenti e dirette. Le campagne realizzate non parlano di cronaca nera o di estremi giudiziari, ma di dinamiche sottili, quotidiane, che spesso normalizziamo.



C’è chi ha portato l’attenzione sugli stereotipi di genere attraverso frasi come “Se piango, non mi chiamare femminuccia” o “Non mi chiamare maschiaccio” che parlano a tutti coloro che si prendono cura di bambini e bambine attaccando le gabbie in cui li costringiamo fin da piccoli e smontando l’equazione secondo cui il genere definisce passioni, giocattoli o competenze emotive. Altri manifesti smontano frasi tipiche della manipolazione psicologica e altri ancora parlano in maniera molto diretta di consenso, con tanto di dati sui Femminicidi in Italia. Una delle campagne che più colpisce è quella che raffigura un bilanciere da palestra con incise frasi stereotipate (es. non fare la femminuccia) sopra al quale uno slogan recita: “Gli stereotipi pesano, allenati a cambiarli”.
A livello educativo, la logica che ha sostenuto l’intero progetto è la valorizzazione della peer and media education e della partecipazione attiva, motivo per cui non si è semplicemente chiuso con la produzione delle campagne ma si è scelto di restituire alla comunità scolastica e territoriale quelle stesse campagne grafiche di sensibilizzazione elaborate dai ragazzi e dalle ragazze. L’idea vincente è stata quella di cucirci attorno una mattinata fatta di momenti di scambio, di condivisione e riflessione, di produzione di slogan e messaggi, volta a potenziare la consapevolezza sui linguaggi e sulle dinamiche delle relazioni tossiche.
La moderazione adulta della mattinata ha aiutato a far emergere le competenze – relazionali, critiche, creative ed espressive – di chi oggi vive la propria adolescenza in uno spazio ibrido (onlife) in cui le relazioni, la percezione della propria immagine e spesso anche i sentimenti sono immersi in questo ecosistema, senza confini netti.
Ma questo non rende obbligatoriamente gli adolescenti dei soggetti ad alto rischio o incapaci di costruire pensiero attorno ai fatti del mondo, come spesso il mondo adulto pensa di loro. Al contrario se viene data loro parola, se li si sostiene e li si incoraggia, si scopre che hanno molto da dire.
Insieme a loro e ai relatori, infatti, sono emerse riflessioni molto profonde anche sul tema del digitale in relazione alle dinamiche relazionali disfunzionali e coercitive che stanno alla base della piramide della violenza: il tema che è emerso con maggior ricorsività nei gruppi di lavoro è stato quello del controllo, che oggi non si limita al vietare un’uscita nel mondo fisico, ma passa attraverso la sorveglianza delle spunte blu, il controllo della posizione in tempo reale attraverso le app di geolocalizzazione, la pretesa di avere le password e poter accedere agli account social dell’altro.
Con onestà ed estrema saggezza, un ragazzo ha condiviso la fatica di riconoscere in questi comportamenti delle forme di controllo che danneggiano la relazione in quanto sente di essere cresciuto normalizzando il controllo in famiglia, facendone una questione di sicurezza e di protezione da parte dei propri genitori. E su questo siamo noi adulti che dovremmo interrogarci.
