Genesi e sviluppo di un assistente conversazionale nato in Cremit per mantenere il docente progettista della propria didattica al tempo delle GenAI
Che un sistema di intelligenza artificiale generativa possa produrre un Lesson Plan pronto all’uso, restituendo al docente un prodotto finito da adottare, è oggi una delle promesse più diffuse e più fraintese.
Sui social network e sul web fioccano proposte di strumenti e corsi di formazione che promettono di accompagnare il docente verso una nuova era dove la produzione di contenuti e la progettazione possano essere risolte con il giusto prompt. Fare prima e in fretta non si traduce con qualità, ma spesso con la creazione di prodotti e processi di standardizzazione dei contenuti per recuperare tempo per produrre altro. Questo tempo risparmiato si traduce spesso in progettazioni non a misura della classe, contribuendo a un impoverimento generale che parte dalla progettazione e arriva alla trasposizione didattica.
Fraintese, si diceva, perché danno per scontato che progettare una lezione sia un compito eseguibile per delega, quando è invece un atto professionale colto: connettere in modo intenzionale le Indicazioni Nazionali, il profilo di una classe reale, le competenze attese, gli obiettivi disciplinari e le mediazioni didattiche in una sintesi che richiede conoscenza del contesto e responsabilità pedagogica. Ciò che serve a quel gruppo di studenti, in quel momento, con quelle fragilità e quelle risorse, non è deducibile da un modello linguistico che quel gruppo non conosce.
Da questa consapevolezza nasce DidaProject, un assistente conversazionale progettato e sviluppato da Angelo Bertolone nell’ambito delle proposte promosse dal Cremit, inizialmente pensato come strumento didattico dedicato agli studenti e alle studentesse del laboratorio di Tecnologie Didattiche del corso di Scienze della Formazione, nell’ambito dell’insegnamento della coordinatrice di Cremit Alessandra Carenzio.
La premessa è un cambio di paradigma rispetto all’uso più comune degli strumenti generativi: DidaProject non genera la progettazione, la accompagna. Interroga prima di proporre e riporta il docente all’intenzionalità quando questi parte dall’attività invece che dall’apprendimento, mantiene coerente la progettazione dagli obiettivi fino alla valutazione e lascia sempre a chi insegna l’ultima parola. Il docente progetta, la macchina suggerisce e l’ultima parola prima di produrre il Lesson Plan resta dell’insegnante.
Il framework teorico
La proposta si inserisce in una ricerca sulle competenze didattiche dei docenti (Bertolone, Mauri, Pasta, 2026), che le ha ridefinite a partire dalle pratiche reali degli insegnanti e non dagli strumenti. L’analisi di 134 narrazioni di docenti, raccolte in scuole di ordini e gradi diversi, ha fatto emergere cinque aree della competenza didattica particolarmente interrogate dal tempo dell’IA:
- trasposizione;
- progettazione;
- azione didattica;
- personalizzazione e differenziazione;
- assessment ed evaluation.
In tutte, l’intelligenza artificiale non si presenta come un elemento sostitutivo del docente, ma come un mediatore che ridistribuisce la responsabilità professionale lungo l’intero ciclo dell’agire didattico. In questo movimento la figura dell’insegnante si ridefinisce: da creatore di materiali diviene designer (Laurillard, 2015) e insieme professionista riflessivo (Schön, 1996).
DidaProject prova a dare corpo a questa figura in una delle cinque aree, la progettazione. Non è un caso che sia progettato per interrogare invece che per consegnare. Se ciò che resta al docente, al tempo dell’intelligenza artificiale, è la postura del progettista, allora uno strumento coerente con questa prospettiva deve tenerlo in esercizio, non sostituirlo. Un assistente che produce e un docente che si limita ad accettare rischiano di atrofizzare proprio la competenza che si vorrebbe sostenere. Non si parte da un prompt, ma da una intenzionalità didattica che si sviluppa in un dialogo iterativo che aiuta il docente a personalizzare la propria proposta. Lo strumento rallenta e non accelera, stimola quella riflessività che il mondo onlife rifugge come perdita di tempo.
Dalla sperimentazione alla proposta
DidaProject, come anticipato, nasce e viene sperimentato nel laboratorio di Tecnologie Didattiche di Scienze della Formazione Primaria, presso la sede di Piacenza dell’Università Cattolica, con studenti e studentesse con profili di scuola dell’infanzia e primaria.
La sperimentazione ha restituito un dato osservato dai conduttori del laboratorio. Molti studenti hanno vissuto uno smarrimento iniziale: si aspettavano uno strumento che consegnasse un prodotto da ritoccare e ne hanno trovato uno che, per come è stato progettato e costruito, non lo permette. Quello smarrimento non segnalava un limite dello strumento, ma il segno del cambiamento di paradigma che intende produrre. La delega non veniva assecondata, e questo obbligava a progettare davvero. Hanno funzionato bene l’iterazione delle conversazioni, il livello di riflessione personale e l’apporto umano alla progettazione. La fatica maggiore si è concentrata sugli studenti più inclini alla delega, per i quali proprio l’impossibilità di delegare risultava spiazzante.
Da questa esperienza parte da quest’anno la sperimentazione su tutte le sedi dell’Ateneo (Milano, Piacenza, Brescia) e prende forma la nuova versione dedicata alla formazione dei docenti in servizio promossa dal DM 219 che vede il Cremit in prima linea. DidaProject Plus, che estende la copertura a tutti gli ordini di scuola e ai CPIA, adattando linguaggio e riferimenti a ciascun contesto, con questa versione si rivolge a un utente professionalmente più maturo: il docente in servizio. Con questa prospettiva, DidaProject Plus offre un interlocutore più asciutto ed esigente, che presuppone competenze consolidate e lascia spazio allo stile progettuale di ciascuno.
Progettare le istruzioni è progettare la didattica
Ciò che rende DidaProject uno strumento e non una semplice intenzione, è il lavoro di scrittura delle istruzioni che ne governano il comportamento. È un lavoro meno tecnico di quanto sembri e più riflessivo e didattico: significa tradurre una postura pedagogico-didattica in regole operative. Il principio per cui gli obiettivi di apprendimento vengono prima delle attività diventa, nelle istruzioni, un comportamento osservabile: l’assistente non propone attività finché non è chiarito l’apprendimento perseguito, e quando il docente parte dall’attività lo riporta all’intenzionalità, dichiarando perché lo fa. In questo passaggio, dal principio alla regola, si gioca il valore progettuale dello strumento. Chi scrive le istruzioni compie, sul piano della macchina, lo stesso atto di progettazione intenzionale che DidaProject chiede al docente. Non è secondario che lo strumento, in questa fase, resti disponibile in due implementazioni, una su ChatGPT e una su Google Gemini, con la medesima logica didattica e il testo delle istruzioni adattato a ciascuna piattaforma. Sperimentare come lo stesso assistente si comporti diversamente secondo l’ambiente in cui opera diventa, per il docente, un esercizio di lettura critica: nulla, nemmeno uno strumento pensato per la mediazione, è del tutto neutro.
Una domanda che resta aperta
DidaProject è oggi attivo su più fronti. Diversi laboratori dedicati accompagnano i docenti dalla costruzione del Lesson Plan fino a costruire un proprio assistente per la progettazione; una formazione disciplinare porta dal Lesson Plan all’unità di apprendimento. Parallelamente, la sperimentazione con gli studenti si estende quest’anno a tutte le sedi di Milano, Brescia e Piacenza. In ciascuno di questi percorsi lo strumento non è mai il centro del discorso: lo è la competenza progettuale del docente, che l’intelligenza artificiale può amplificare a condizione di non pretendere di sostituirla. Resta, sullo sfondo, la domanda che la ricerca (Bertolone, Mauri, Pasta 2026; e, in precedenza, Bricchetto, Marangi, Pasta, 2024) lascia deliberatamente aperta: se l’intelligenza artificiale ridistribuisce la responsabilità professionale lungo tutto l’agire didattico, che cosa ne è dell’agentività del docente nei processi educativi. DidaProject non pretende di rispondere, ma prova a stare dentro quella domanda, preservando l’agentività di chi progetta (Floridi, 2025) nel momento in cui progetta.
Riferimenti bigliografici:
Bertolone, A., Mauri, G., & Pasta, S. (2026). Ripensare le competenze didattiche al tempo dell’intelligenza artificiale: Una prospettiva centrata sul docente. Pedagogia e Vita. Rivista di problemi pedagogici, educativi, didattici, 84(1), 122–133.
Bricchetto, E., Marangi, M., & Pasta, S. (2024). Declinare le competenze didattiche al tempo dell’IA, attraverso le narrazioni delle pratiche. Educrazia, 5(2), 171–188.
Floridi, L. (2025). La differenza fondamentale. Milano: Mondadori.
Laurillard, D. (2015). Insegnamento come scienza della progettazione. Milano: FrancoAngeli.
Schön, D. A. (1996). Le tournant réflexif. Montréal: Éditions Logiques.
