Siamo futuro: gli e le adolescenti si raccontano

di redazione

Siamo futuro: gli e le adolescenti si raccontano

Siamo futuro: gli e le adolescenti si raccontano


di Mariarosa Lommi e Benedetta Uda

Venerdì 24 ottobre 2025, l’Università Cattolica del Sacro Cuore di Milano ha ospitato il convegno “Siamo Futuro: gli e le adolescenti si raccontano”, durante il quale sono stati presentati i risultati della ricerca condotta da CREMIT e promossa da Avvenire e ScuolAttiva Onlus.

Durante il convegno si è sviluppato un dialogo intenso e articolato attorno ai temi della relazione educativa, della comunicazione pubblica e del benessere delle nuove generazioni nell’ecosistema digitale contemporaneo.

Il primo intervento è stato affidato a Marco Girardo, direttore di Avvenire, che ha posto l’attenzione sul rischio di un progressivo appiattimento del pensiero. In uno spazio pubblico in cui tutti ricevono gli stessi input e utilizzano lo stesso linguaggio, diventa urgente creare nuovi legami con i lettori, offrire vie di fuga dall’omologazione e restituire complessità alle narrazioni. Da qui la scelta di collaborare con l’Università Cattolica e con realtà scolastiche attive, in grado di ascoltare i giovani e coinvolgerli nella costruzione di significati condivisi.

A seguire, Simona Frassone, di Scuola Attiva Onlus, ha illustrato il partenariato che unisce la loro realtà a Cremit, Università Cattolica e Avvenire. Fondamentale portare nelle scuole progetti capaci di mettersi in ascolto dei ragazzi, quale è stata la ricerca presentata in occasione del convegno, che ha restituito sorpresa e speranza: una generazione spesso narrata come fragile appare invece portatrice di valori forti e profondi.

La parte iniziale del convegno ha visto Matteo Lancini in dialogo con Viviana Daloiso, giornalista di Avvenire. Le domande sono arrivate direttamente dagli studenti dell’Istituto Mattei di San Donato: interrogativi duri, impegnativi, che raccontano una generazione spesso intimorita e sotto pressione. «È normale avere crisi di pianto per lo studio?», «Gli adulti dicono che siamo svogliati: come gli diciamo che ci chiedono troppo?», «Quali sono gli errori più comuni che commettono gli adulti quando parlano di noi?».

Lancini ha ricordato come la sua postura professionale sia quella di un’identificazione duplice: con il dolore dei ragazzi, certo, ma anche con quello di genitori e insegnanti che si chiedono come farli stare meglio. Il problema, sottolinea, è saper distinguere tra ciò che rassicura gli adulti e ciò che realmente sostiene i giovani. Oggi spesso prevale la prima logica: si interviene per contenere il disagio, ma senza permettere ai ragazzi di esprimere emozioni “che disturbano”. «Siamo pronti a farci davvero interrogare dalle loro domande?» ha chiesto provocatoriamente.

Alla domanda sul rapporto tra giovani e social network, Lancini ha allargato lo sguardo: viviamo in una società onlife, dove digitale e reale sono intrecciati. I social, sostiene, non sono una malattia, ma un luogo della società che gli adulti stessi hanno spinto i figli ad abitare, mentre rendevano impossibile la vita “di strada”, il gioco libero, l’esperienza corporea. Servirebbe allora ricostruire una comunità educante che non demonizzi strumenti o schermi, ma che riconosca come lì passi oggi una parte dell’identità. «Chi paragona il telefono a una droga non ha capito: lì dentro c’è un pezzo di sé».

Colpiscono le domande dei ragazzi sulla sofferenza: amici che dicono di voler morire, l’ansia che sembra invadere la loro generazione. Come si possono far stare meglio? Lancini non propone ricette rapide: «L’unica cosa che salva è la relazione». Oggi i giovani possiedono competenze relazionali mai viste prima, chiedono autenticità, non accettano posture adulte finte o paternalistiche. Il problema è che molti adulti temono la profondità delle loro emozioni: parlarne sembra pericoloso, quasi contagioso. E invece è l’opposto: nominare il dolore ne abbassa il rischio.

Lancini invita a un rovesciamento decisivo: riconsegnare ai ragazzi la possibilità di essere presi sul serio. Chiedere loro tu chi sei? e, da adulti, sapersi mettere in discussione: «Questo lo faccio per te o per me?». Solo così si torna a svolgere davvero la funzione educativa. Solo così si legittimano le emozioni come parte piena della crescita.

La seconda parte della mattinata è stata dedicata alla presentazione dei risultati di una ricerca condotta dal CREMIT, orientata ad intercettare i bisogni dei ragazzi, obiettivo raggiunto attraverso la partecipazione di 752 giovani tra i 16 e i 18 anni. L’avvio della discussione ha preso le mosse da alcune questioni cruciali, prima tra tutte la profondità con cui i ragazzi e le ragazze riflettono sul futuro, che va ben oltre gli stereotipi che li riguardano e che necessariamente interrogano noi adulti: ci siamo? Siamo pronti ad accogliere le loro questioni?

Un primo tema, affrontato da Alessandra Carenzio, docente dell’Università Cattolica e referente scientifica della ricerca, ha riguardato il modo in cui i giovani prefigurano il futuro in rapporto con le tecnologie, evidenziandone un’integrazione nella vita quotidiana, lavorativa e familiare. Una tecnologia che “non fagocita l’umano ma lo potenzia”, che è complementare alla vita privata e professionale, integrata ma non sostitutiva e, in alcuni casi, funzionale a garantire un maggiore benessere, nel segno della necessità di saper vivere questi spazi con competenza. Prevalentemente, emerge una visione del futuro che prova a leggere le opportunità del e nel digitale. A tal proposito è poi intervenuta Cecilia Del Vecchio, professoressa dell’istituto di istruzione superiore Mattei di San Donato, che ha parlato dell’ansia generalizzata che permea i racconti dei ragazzi e delle ragazze, ma che non riesce ad essere arginata dai genitori. Spesso vi è una tendenza ad attribuire al digitale questa condizione, quando sarebbe invece necessario educare all’utilizzo dello smartphone al pari di come si fa con il pc, per individuarne rischi, opportunità e problematiche. Dello stesso avviso è Stefano, uno studente che ha partecipato alla tavola rotonda, che ha spiegato come nel divieto risieda una limitazione delle possibilità, anche educative, in un contesto scolastico che spesso non riesce a stare al passo con l’avanzamento delle tecnologie. Ecco perché è sempre più necessario sviluppare una cultura del digitale.

Un secondo tema, esposto da Linda Lombi, docente di Sociologia dell’Università Cattolica, ha considerato il modo in cui i giovani si proiettano a 40 anni circa, in particolare considerando il modo in cui immaginano la dimensione familiare e lavorativa e la sfera emotiva esperita a riguardo. Quest’analisi, a partire dalle risposte sui sentimenti provati pensando al futuro, ha permesso di individuare quattro profili (ottimisti prudenti; scettici esitanti; disillusi demotivati; entusiasti proattivi) ai quali sono corrisposte diverse attitudini verso il futuro. In generale, emerge un’aspettativa che vedere prioritario l’equilibrio tra lavoro e benessere, la famiglia come punto di riferimento ma con significati in trasformazione, tra i quali luogo di sicurezza o contesto di autonomia, e emozioni e atteggiamenti che orientano la visione del futuro. In particolare, i profili più negativi tendono a proiettarsi in un futuro tradizionale e stabile, mentre quelli più positivi lo prefigurano come fluido, dinamico e meno tradizionale. In questo quadro si sono inserite le osservazioni di Chiara Luzi, collaboratrice del CROSS (, Centro Ricerche Orientamento Scolastico e Professionale) che, a partire da un caso esemplificativo, ha spiegato come l’ansia esperita sia spesso alla base di una prospettiva dicotomica adottata circa il proprio futuro, che racconta di un sé in compartimenti stagni. È dunque necessario accompagnarli a considerare percorsi inediti, capaci di integrare diverse attitudini e creati a partire da desideri e aspirazioni personali.

L’ultima parte, esposta da Annalisa Valle, docente di Psicologia dell’Università Cattolica, ha avuto l’obiettivo di indagare il rapporto degli adolescenti con il volontariato, che non risulta essere influenzato da preoccupazioni relativi al proprio futuro. Dalle risposte del 42% degli intervistati, attivi nel volontariato, questa attività risulta essere un modo per conoscere meglio sé stessi, sviluppare competenze emotive e relazionali e costruire il proprio benessere futuro nel segno della cittadinanza attiva. Elena di Natale, responsabile del volontariato di Medici Senza Frontiere, ha concluso la discussione raccontando alcuni dei progetti attivi, tra i quali il Laboratorio “Scuole senza Frontiere” e l’imminente apertura a volontari dai 16 anni.

Quello che emerge dalla ricerca e dalla discussione scaturita in merito, è che gli adolescenti, oggi, hanno una visione abbastanza positiva. Una prospettiva che noi adulti dobbiamo accogliere, assieme ai dubbi, alle paure, alle difficoltà, in una prospettiva di cambiamento compartecipato, risorsa per sintonizzarci sulle esigenze dei ragazzi e per co-costruire un futuro che offra davvero le possibilità alle quali tendono.

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