di Marina Giacomelli e Patrizia Enzi*
Sabato 4 ottobre 2025, in occasione delle giornate dedicate al Festival Internazionale dell’Educazione, che si sono svolte a Brescia, abbiamo avuto l’opportunità di ascoltare Philippe Meirieu, noto pedagogista francese, professore emerito e figura di riferimento nel dibattito sull’educazione e sulla democrazia. Ci ha regalato un discorso pedagogico di alto livello toccando “corde” profonde legate alla professione dell’insegnante e al senso dell’educare.
Durante la sua esposizione il concetto di “Città Educativa” (o “città che educa”) è stato centrale.
Per Meirieu si tratta di concepire l’intero tessuto urbano e sociale come un ambiente di apprendimento continuo e diffuso per tutti, lungo tutto il corso della vita, dove l’educazione non è limitata all’istituzione scolastica, ma coinvolge l’intera società, le famiglie, le associazioni, i media e il territorio.
Meirieu ha utilizzato la riflessione sulle utopie per criticare gli estremi della pedagogia e per ricercare una via equilibrata mettendoci in guardia da visioni totalizzanti e semplicistiche che potrebbero tradire l’essenza stessa dell’educazione.
Parlando di “Utopia orticola” si è riferito all’eccesso di lassismo pedagogico che enfatizza l’interesse e la libertà assoluta dell’allievo.
Questo tipo di utopia rischia di lasciare lo studente senza punti di riferimento in quanto l’educatore, nel tentativo di non imporre, si ritira, lasciando che l’alunno si rinchiuda nei propri interessi preesistenti o nelle proprie difficoltà.
L’Utopia dell’Orologeria, rappresenta l’eccesso opposto ecorrispondeall’utopia della società perfetta che contempla il fascino dell’addestramento, la caccia ai devianti e la fabbricazione dell’educazione… al totalitarismo.
In questa prospettiva, l’educazione è vista come un processo in cui il docente ha il controllo totale sui risultati andando a “programmare” l’apprendimento e il successo dell’allievo come se si assemblasse un orologio.
Per far fronte a queste due situazioni (permissivismo vs. controllo, spontaneismo vs. forte autorità), Meirieu, dice che è necessario porre attenzione a due aspetti:
1) il bisogno di avere un ideale educativo che può ispirarsi alla lezione dell’illuminismo:
- tutti gli esseri umani sono educabili e possono utilizzare la loro ragione
- non si educano gli esseri umani come si fabbricano gli oggetti: si accompagna l’emergere della loro libertà.
2) La necessità di organizzare l’ambiente per realizzare la “città educativa” (vedi A. Makarenko, J.J. Rousseau, J. Korczak, M. Montessori) costruendo situazioni di apprendimento e di emancipazione che permetta a tutti e a tutte di superarsi.

Infine, Meirieu, invita a pensare una città che sia uno spazio di incontri, di scambi, di scoperte, di creazioni, di dibattiti e di avventure…
La sua esposizione è stata “bella” e profonda, ha toccato il senso stesso della professione educativa e le speranze per il futuro suscitando nei presenti un ventaglio di emozioni complesse.
Il richiamo alla “città educativa” e alla necessità di un’azione pedagogica diffusa infonde una nuova consapevolezza: il ruolo di tutti gli educatori e di tutti i docenti può avere un impatto che va oltre le mura scolastiche con l’obiettivo di preparare gli alunni ad affrontare le sfide di un mondo in costante evoluzione, promuovendo così un apprendimento che sia coinvolgente e legato alla vita reale.
L’innovazione a scuola deve essere un processo continuo di modernizzazione della didattica che possa integrare tecnologie, nuove metodologie e una diversa concezione dell’apprendimento per renderlo più attivo, collaborativo e incentrato sulle competenze degli alunni.
Ne deriva la convinzione che l’educazione sia possibile a patto che si affronti con ottimismo e fiducia.
“Ovunque in Europa gli insegnanti sono sempre più controllati, soggetti a protocolli standardizzati che dovrebbero applicare meccanicamente nei confronti degli alunni; sono sempre più valutati e spesso anche messi in concorrenza tra loro. La professione dell’insegnante perde così quella preziosa identità che la rende così essenziale allo sviluppo delle nostre società democratiche. L’insegnante non è solo un trasmettitore di saperi, è colui che guida ogni allievo a interiorizzare l’esigenza di precisione, esattezza e verità. È anche colui che, nel rispetto dei percorsi individuali, permette a tutti di condividere gli stessi saperi e di “fare società”.” (Philippe Meirieu)
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*Marina Giacomelli
Conduttrice di Laboratorio in “Didattica generale” in Scienze della Formazione Primaria e in “Osservazione e valutazione educativa” in Scienze dell’Educazione e della Formazione”; Formatrice ambito 06; Rieducatrice della scrittura.
Patrizia Enzi
Conduttrice di laboratorio di Didattica generale (Scienze della Formazione Primaria), conduttrice di laboratorio di Progettazione educativa (Scienze della Formazione) e formatrice Opera Nazionale Montessori di Roma.
