di Matteo Mancini
«La povertà educativa digitale si riferisce alla privazione delle opportunità per apprendere, ma anche sperimentare, sviluppare e far fiorire liberamente capacità, talenti e aspirazioni, attraverso l’utilizzo responsabile, critico e creativo degli strumenti digitali»
(Save the Children, 2021).
Il progetto DEPICT – Digital Educational Poverty: Information, Coaching, Training, finanziato dal CIMEA e coordinato dall’Università di Bologna in collaborazione con il Cremit dell’Università Cattolica del Sacro Cuore, l’Università degli Studi di Palermo e l’Università della Basilicata, indaga la povertà educativa digitale come nuova forma di disuguaglianza sociale e culturale. All’interno di questo quadro, il CREMIT ha realizzato una serie di laboratori di ricerca-azione nelle scuole milanesi, tra cui quello condotto presso la Scuola Secondaria di I grado Arcadia nel quartiere Gratosoglio di Milano, con le classi 2H e 2F.
Il laboratorio ha avuto lo scopo di far emergere, attraverso pratiche partecipative e strumenti di media education, le rappresentazioni giovanili della tecnologia e di promuovere la consapevolezza critica nell’uso dei media digitali. Le attività, articolate in cinque incontri, hanno alternato momenti di riflessione condivisa, produzione creativa e discussione plenaria, utilizzando metodologie attive come storytelling, serious game e visual thinking.
Il digitale come spazio di relazione
Nel corso degli incontri, le ragazze e i ragazzi hanno lavorato su concetti chiave quali accesso, competenza, consapevolezza e responsabilità, riconoscendo come la povertà educativa digitale non si esaurisca nella mancanza di strumenti, ma includa dimensioni affettive, relazionali e semantiche.
L’uso collaborativo del digitale ha permesso di affrontare temi delicati – come la fiducia, l’esclusione o la regolazione emotiva – in un contesto di ascolto reciproco.
Il laboratorio si è configurato così come un micro-ambiente di cittadinanza digitale, dove il linguaggio e la creatività diventano mediatori educativi capaci di connettere esperienze personali e riflessione collettiva.

Voci e immaginari giovanili
A conclusione del percorso, le ampolle di vetro raccolte in aula hanno dato forma a un rituale simbolico: in una sono stati inseriti i pensieri di speranza, nell’altra quelli di preoccupazione riguardo al futuro digitale.
Ne sono emersi due orizzonti intrecciati.
Da una parte, la fiducia nella tecnologia come risorsa di solidarietà e progresso:
“Spero che l’uomo con la tecnologia riesca a migliorare il mondo e l’aspettativa di vita.”
“La tecnologia potrà aiutare chi vive da solo.”
Dall’altra, il timore di un’eccessiva automatizzazione e della perdita di legami umani:
“Nel futuro nessuno si relazionerà più con l’altro.”
Questi frammenti, letti come testimonianze emotive, confermano quanto sia necessario accompagnare i giovani in percorsi che trasformino la paura in domanda di senso e la speranza in progetto.
Educare alla tecnologia significa dunque educare al futuro, coltivando immaginari che integrino innovazione e umanità.
Parole, codici e alfabetizzazione digitale
Parallelamente, la costruzione di un glossario dei linguaggi giovanili ha permesso di esplorare il terreno, spesso ignorato, della lingua digitale quotidiana.
Termini come cringe, sgravo, snitchare, matchi matchi o pick me disegnano un paesaggio linguistico ibrido, dove si mescolano gergalità, anglicismi e riferimenti al mondo del gaming e dei social network.
Per l’educatore, questi linguaggi rappresentano una soglia preziosa: comprenderli non significa adottarli, ma riconoscere che la competenza digitale passa anche attraverso una competenza semantica.
Imparare a nominare le proprie esperienze, a distinguere tra ironia e aggressività, tra gioco e disprezzo, diventa parte integrante dell’alfabetizzazione ai media.
È in questo spazio che la media education si trasforma in educazione linguistica e relazionale, capace di restituire senso e responsabilità alla parola.

Una pedagogia della speranza
Il laboratorio di DEPICT, nella sua dimensione locale e concreta, mostra come sia possibile agire sulla povertà educativa digitale costruendo ambienti di apprendimento inclusivi dove il digitale non sia solo oggetto, ma contesto e linguaggio.
L’educazione alle tecnologie si rivela così un’educazione alla speranza: la speranza che l’innovazione possa diventare esperienza condivisa, che la comunicazione digitale possa generare legami e non distanza, che la parola – anche quella nuova, fluida, “cringe” – possa tornare ad essere un luogo di incontro.
Per approfondire:
[Il progetto DEPICT]: contrastare la povertà educativa digitale
https://www.cremit.it/depict/
